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ARIA PRECARIA n.2

Di quali armi può dotarsi un giovane e brillante neolaureato dallo scarso potere contrattuale per fronteggiare con successo le asperità del mondo del lavoro tiranno e sfruttatore?
E' quello che mi sono chiesto più volte, valutando ipotesi alterne dalla dubbia riuscita:

 

- scrivere una riedizione del Capitale, attaccare i pilastri del sistema economico capitalistico e affermarmi come icona della contestazione no-global.  D'obbligo il sequel dell'XI tesi su Fauerbach. Dopo:
“I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo”, proporrei un più attuale "Gli stagisti hanno soltanto gratuitamente lavorato, ma si tratta di pagarli."

 

- organizzare un collettivo che promuova la causa della disoccupazione intellettuale e il dramma dello sfruttamento dei giovani laureati. La tesi principale è: "Come l'incendio dei cassonetti possa sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema del lavoro non retribuito" oppure "La molotov come affermazione di valore aggiunto all'interno delle imprese."

 

- inventarsi un curriculum vitae falso come Giuda, gonfio e biecamente millantatore.

 

Sono troppo pigro per crogiolarmi nel comunismo d'antan. E poi, diciamoci la verità, per quanto abbia una mentalità decisamente pragmatica e materialista, non potrei mai avventurarmi in un ardito dibattito filosofico su Fauerbach. Più passa il tempo, più gli anni del liceo diventano lontani, più aumenta la mia miopia intellettuale nelle materia filosofiche. Allo stesso tempo, non potrei mai organizzare collettivi o mettermi a costruire bombe molotov. Non è una questione di non-violenza, per carità: semplicemente sono manchevole di ogni benchè minima attitudine nei lavori pratici.
Non so nemmeno sparare un bengala, figuriamoci.


E' sulla base di tali realistiche considerazioni che ho deciso che la mia personale arma per combattere e farmi strada nella selva incontrastata del mondo del lavoro dovesse essere un curriculum degno del peggior bugiardo cronico impenitente. Certo, le bugie hanno le gambe corte, ma io ho abilmente affinato l'arte di zoppicare.

Dunque: via libera a improbabili competenze informatiche, vanagloriose promesse su competenze in fatto di linguaggi di programmazione, finanza, marketing operativo. Iperboliche descrizioni delle mie abilità linguistiche, periodi di studio all'estero, esperienze lavorative gonfiate ad arte come le labbra siliconate di una diva di tarda età.


Mentire sul proprio curriculum vitae non è solo una mossa strategica (del resto io sono un pubblicitario) ma un dovere di ogni candidato ad un posto di lavoro. L'importante è fare in modo che le proprie menzogne non siano scoperte. E in effetti, visto il settore del quale mi occupo, non è poi così difficile. Fossi un medico, di certo non potrei mettermi a inventare baggianate su improbabili studi sulla sindrome da Anticorpi Antifosfolipidi. Ma suvvia, stiamo parlando di marketing e pubblicità: basta darsi un'aria seria e corrucciata, infarcire le proprie battute di termini anglosassoni, mostrare uno spirito liberal e ottimista da tardo yuppie ed il gioco è fatto.

 

Una volta munitosi di un valido curriculum vitae rimpinzato di dati veri o falsi, il giovane neolaureato può dare l'avvio alla giostra di incontri e abboccamenti con imprenditori e pappa di aziende medie e grandi sparse lungo lo stivale. Ed è nel corso di simili abboccamenti che può avere luogo quella farsa in costume (generalmente giacca e cravatta) che risponde al nome di colloquio di lavoro.

Mi accingo ora a riverlarvi qualcosa che non troverete in nessun manuale di auto-aiuto e che in nessun corso di specializzazione post-laurea vi spiegheranno mai.


Esistono molteplici tipologie di colloquio di lavoro, certo: ma nessuno vi ha detto che tali tipologie sono direttamente ispirate ai più noti programmi televisivi che infestano i palinsesti dell'etere.

1) Il modello liberamente ispirato a L'Eredità, il noto programma condotto da quel Premio Nobel e modello di ricchezza intellettuale di Amadeus. Nel corso di questo colloquio, il pappa-imprenditore-datore di lavoro è una sorta di beccafico ritardato che cerca di darsi un tono formulando domande di una semplicità disarmante, ma che risultano incomprensibili allo sfigato giovane avventore, evidentemente troppo cagato sotto per rendersi conto che non bisogna certo avere un formidabile Q.I. per dire quali sono le sue prospettive future e gli obiettivi di lavoro che si è preposto.

 

2) Il modello ispirato a La vita in diretta. Trattasi della forma più piacevole di colloquio: una libera conversazione non-sense con una donnino sulla quarantina dalla voce gnè gnè coi capelli rossi ed un abbigliamento da teen-ager. Il tono è affabile, puro intrattenimento. Non è difficile ravvisare casi in cui, durante la conversazione, un'improvvisata cabina di regia manda in sovraimpressione la scritta "A colloquio con il bel Joshua". Ineluttabile la domanda: "E l'amore come va?"

 

3) Il modello De Filippi. Liberamente ispirata alle prodezze televisive della mascolina presentatrice. E' il colloquio più duro di tutti: perchè l'intervistatore ha modi distaccati che non sai mai cosa ti chiederà; ricerca palesemente la polemica e l'accusa, magari aiutandosi con un pubblico di casalinghe di Torvergata infoiate dalla menopausa; può essere infarcito da lievi inflessioni tipo: "Jingle" "Pubblicità" "Il programma è finito, a domani".

 

Il mio primo colloquio presso l'azienda in cui attualmente sono sfruttato, invece, si è liberamente ispirato a Porta a Porta, non c'è che dire.
Mi sono imbattuto in un uomo dalla voce accomodante che si sfregava costantemente le mani; mancava l'immarciscibile colonna sonora di Via col Vento, certo, e a ben pensarci non ero seduto accanto nè alla Palombelli nè a Clarissa Burt che parla di quant'è orgogliosa di essere americana, eppure quello che è poi diventato il mio capo ha cominciato ad aggrottare le sopracciglia, toccarsi il mento, agitare a destra e manca l'indice, neanche stesse per lanciare l'ennesimo collegamento con San Pietro.

 

Le domande che maggiormente trovo insolenti in un colloquio di lavoro sono due.
- Mi dica quali sono i suoi pregi e i suoi difetti.
Ma che cacchio vordì? Insomma, se mi lascio prendere la mano nell'una o nell'altra direzione rischio di mostrare in pieno tutta la mia natura di psicolabile cronico. Se si cerca di fare i modesti e mantenere un contegno, si rischia di produre delle terrificanti storture degne della migliore antologia fantozziana.
La via d'uscita non è nel mezzo, mi spiace per i saggi latini. E' nella menzogna, ancora una volta, che bisogna trovare delle risposte valide. E così ho affermato con una certa solennità che tra i miei pregi vi è sicuramente l'onestà (anche se il curriculum vitae è più finto di un cintura di Richmond su una bancarella di un sudanese) lo spirito di gruppo, la capacità di stare in team (io, dico, io, che sono competitivo al massimo e non riuscivo nemmeno a dividere la merenda coi miei compagni delle elementari).


Se sui pregi si può liberamente mentire senza eccellere in originalità, certo, ma salvandosi da quasi certe figure di merda, sui difetti, beh, c'è ben poco da dire. Cosa avrei dovuto rispondere al mio capo? Che al mattino appena sveglio mostro dieci anni in più a quelli dichiarati sulla carta d'identità? Che ho uno spirito indolente e menefreghista? Che adoro sollazzarmi con superalcolici e droghe leggere?

Suvvia. Non si può sottovalutare il fatto che ogni candidato ad un posto di lavoro deve presentare la propria immagine professionale in maniera impeccabile. Un pò come la brand promotion che il buon Lapo faceva della sua azienda di famiglia, ovviamente quando non era troppo impegnato con le sue amichette.


Dal momento che le pause di riflessione sono generalmente poco apprezzate durante un colloquio di lavoro, forse la baggianata più sensata che si possa dire per illustrare i propri difetti ad un insistente interlocutore che cerca di mettere in pratica i principi base di un manuale di Human Resource di serie zeta, è di affermare cose tipo: "sono testardo" piuttosto che "sono puntiglioso" o anche "sono curioso". Perchè se ci pensate bene, sono aggettivi che vogliono dire tutto e nulla. Insomma, basta applicare quel corollario imprescindibile dell'umana esistenza, secondo cui a cazzata si risponde con cazzata, e si campa fino a cent'anni.

 

Altra domanda inutile eppur sempre presente in ogni colloquio di lavoro è:
- Mi parli delle sue prospettive future.
Mavaffanculo. Cosa volete mai che importi ad un pappa-imprenditore delle prospettive future di un giovane e brillante neolaureato dal momento che non ha alcuna intenzione di assumerlo? E' come chiedere ad un tizio "che fai domani" quando sappiamo di volerci passare solo una serata di buon sesso senza impegno.

 

La più grossa, però, la sparò il mio capo, il giorno in cui misi piede in agenzia per il mio primo, vero giorno di lavoro.
"Ora io e te dobbiamo considerare il nostro rapporto come un vero e proprio fidanzamento. Dobbiamo dirci tutto, essere una squadra, appuntare le nostre sinergie e vivere e credere nella nostra causa."

Ho annuito distrattamente, mentre nella mia mente scorrevano le immagini di tutti i loschi figuri che mi sono ritrovato al fianco nel corso della mia becera carriera di fidanzato e intanto maturavo la certezza che ancora una volta mi era capitato l'uomo sbagliato.

 

 

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