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ARIA PRECARIA n.3

Una volta sopravvissuto all'imbarazzante e crudele gioco dei colloqui di lavoro, lancinanti attese, curricula spediti urbi et orbi come fossero volantini di un discount, il giovane e brillante neolaureato quasi certamente incappa in un'offerta di lavoro.

Offerta di lavoro significa che gli danno da lavorare, ma non necessariamente una retribuzione: nel precario mondo delle professioni e dei mestieri, nulla è più stocasticamente incerto della retribuzione. Ed è sempre stato così.


C’è chi insinua che le sofisticate costruzioni in pietra di Stonehenge siano state realizzate con il massiccio impiego di tirocinanti a basso costo, probabilmente giovani neo-laureati giunti dalle parti di Salinsbury con la velleità di sfondare nel settore dell’edilizia. Stesso discorso per le piramidi di Cheope, i templi Maya di Tikàl, il Colosseo, Notre Dame.


Al giorno d’oggi, grazie anche alla sventurata congiuntura economica e ad una cornice sindacale flessibile come l’anca di una fine ginnasta, i pappa-boss dell'imprenditoria privata possono elaborare molteplici e inattese forme di pagamento. Eccone una rapida sintesi; vogliate scusare la piega enciclopedica, ma sto cercando di plasmare una materia che è in costante evoluzione e che è in grado di rivelare giorno dopo giorno nuove, esaltanti, sorprese. Mica robina da niente.

 

1) Pagamento dopo sei mesi, alla scadenza del contratto a progetto. In tutto l'arco temporale, tuttavia, i pappa-boss ricorrono ai più malefici sortilegi per attentare alla salute del giovane neolaureato, di modo che possa schiattare prima che giunga l'alba del giorno della retribuzione finale.
Le tecniche per far stramazzare al suolo il giovane lavoratore sono molteplici: si passa da un'ingenuo stress da superlavoro alla più complessa mortificazione morale, fino ad arrivare ad arditi rituali vu-doo. Se vi ritrovate una mattina col fuoco di Sant'Antonio, se siete tormentati da repentine fitte all'altezza della milza, se vi accorgete di perdere i capelli a ciocche, non pensate ad improbabili crisi ormonali. E' il vostro capo che, dopo aver assoldato un temibile stregone africano con le fattezze di un gargoyle incazzato nero, ci sta dando giù di brutto con le macumbe per evitare di pagarvi quei due spiccioletti che vi deve.

 

2) Rimborso spese. Significa che almeno un pasto in una squallida mensa per burocrati raminghi vi viene riconosciuta.
A patto che prendiate solo acqua minerale non gassata.
A patto che non scegliate piatti troppo elaborati: niente lasagne, niente gnocchi, niente pasta al forno: due spaghi al burro, se proprio vi va bene.
A patto che vi nutriate solo di grissini o al massimo qualche foglia di lattuga, come un canario.
E che dopo laviate i piatti che avete sporcato, brutti lerci sfaccendati che non siete altro.
Tra l'altro le aziende sono solite stipulare una speciale convenzione con le bettole dove poter pagare con ticket restaurant: che le cassiere non abbiano mai spiccioli e vi facciano la cresta sul resto.
Altre forme di rimborso spese previste sono quelle per il carburante della vostra auto (qualora ne possediate una e la usiate per lavoro): peccato che vi vale solo se possedete lo stesso modello di vettura di Fred Flinston.

 

3) Prestazione gratuita senza riconoscimento alcuno di denaro. E' la forma più sfigata, bisogna dirlo. Di solito è accompagnata da grandi millanterie: quello che non guadagni oggi, lo guadagnerai quintuplicato tra un anno, piuttosto che: stai facendo un investimento per il tuo futuro; piuttosto che  un laconico i soldi non fanno la felicità, dalle pretese insostenibilmente Zen.

 

4) Terrificanti ibridi. Suddetta forma di retribuzione è altrimenti conosciuta come "Ti pagherò ma": e in effetti è caratterizzata, per l'appunto, da una solenne asserzione, seguita da un'inquietante proposizione avversativa che non lascia presagire nulla di buono.
In altre parole, sarete pagati, ma:
- dovrete essere capaci di incrementare il fatturato dell'azienda rimanendo chiusi in uno stanzone grigio per tre giorni e disponendo di tre soli strumenti: un cavatappi, un foglio di carta bianco e un imbuto;
- dovrete essere in grado di insegnare ad una scolaresca di venticinque sordomuti almeno dieci scioglilingua cinesi;
- sarete remunerati in vecchi Birr etiopi ed il cambio della valuta può essere effettuato solo a mezzo posta da un fatiscente bureau situato nella periferia nord di Addis Abbeba gestito da un beone nostalgico dei tempi dell'occupazione fascista.

In quest'epoca di precarietà non è solo quello che un tempo si chiamava salario a subire le vessazioni della produttività rampante e dello sfruttamento disinvolto della forza lavoro.


Gli accordi contrattuali subiscono mutazioni intrinseche peggio di un peperone cresciuto in un orticello dalle parti di Chernobyl. Le clausole scabrose non sono più scritte in minuscolo, ma molto più astutamente proiettate sulla carta mediante ologramma. I paroloni come assicurazione sanitaria e fondo pensionistico sono mesozoico allo stato brado.


Il contratto medio che un giovane laureato firma con un pappa-boss preve:
- stilnovistiche circumlocuzioni verbali degne del miglior acrobata circense per evitare ogni riferimento alla parola assunzione;
- è prevista una copertura assicurativa per il giovane tirocinante/ lavoratore a progetto ma se gli cade un fax sull'alluce o se viene inghiottito dalla fotocopiatrice o se muore colto da un repentino corto circuito, il caso viene archiviato come momento di sfiga che non fa testo;
- che il 27 di ogni mese il tirocinante mediti digiuno e faccia ammenda per la propria, misera, condizione di non stipendiato.

 

Ultima, non certo per importanza, la clausola Pirandello, altrimenti detta “Così è, se vi pare”: o il tirocinante accetta senza batter ciglio le sventurate condizioni lavorative, oppure si appresta a lasciar momentaneamente vuoto il posto di lavoro sottopagato. Ma si tratta di pochi istanti: perché è scientificamente provato che per ogni neolaureato che rifiuta sdegnato un’offerta di lavoro ce ne sono almeno sette, ancor disperati, pronti a imbucarsi in sua vece.

 

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