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July 11, 2005

I love London.

 

Volevo dire due parole su come mi sono sentito lo scorso Giovedì, quando la radio ha cominciato a fornire sporadici aggiornamenti sugli attentati a Londra interrompendo la solita programmazione di tormentoni estivi e triti numeretti di speaker a corto di idee.
Le informazioni arrivavano disordinate, incomplete, creando un clima di inquieta sospensione. La successione cronologica degli attentati, i primi bilanci sui morti presunti, le prime testimonianze e il commento sfiatato di un giornalista subito pronto a chiudere i servizi con lo squallido richiamo all'11 Settembre mi hanno gettato progressivamente nel panico.


Ho sospeso il lavoro ed ho cominciato a cercare immagini della tragedia:ho riconosciuto la stazione di King's Cross - ci sarò passato migliaia di volte - ho fatto mente locale sul tragitto del Bus 59, rimasto letteralmente scoperchiato dall'esplosione di un kamikaze.

Viviamo dei tempi strani, in cui all'onda dilagante di terrore - il terrore dei terroristi ed il terrore provocato ad arte da politic e gruppi di potere che cercano di fomentare il clima di insicurezza globale - si é aggiunta un'onda di indolenza ed assuefazione.

Il terrorismo é così entrato nelle nostre menti e nelle nostre vite che quasi non ci facciamo più caso.

 

Confrontando le immagini degli attentati della scorsa settimana con quelli di New York o Madrid, il quadro non cambia: gente che viene accolta dai soccorsi ancora impolverata e col terrore negli occhi; primi piani di pompieri, riprese dall'alto, rivendicazioni di bislacchi gruppi di esalati islamici e conseguenti appelli alla tolleranza dalle autorità politiche e condanna e dichiarazioni di dissociazione da parte delle stesse Alte cariche dell'Islam. Qualche dichiarazione xenofoba da parte di un qualche giornalista invasato,sulla falsa riga della Fallaci; discorsi in diretta tv dei primi ministri.

 

C'era una cosa, però, che questa volta mi ha lasciato interdetto e triste: io quelle strade londinesi le conosco. Chissà quante volte sono salito sul 59, che un tempo passava per Trafalgar Square prima che la chiudessero al traffico, invertendo gli itinerari dei bus.

Amo Londra, perché ci ho vissuto, perché é una città che ho sentita mia, perché é un posto fantastico: e le pagine che più volte ho scritto su questo sito lo testimoniano.

 

Saperla braccata da una spirale di terrore da parte di un manipolo di folli esagitati mi ha lasciato sprofondare in un'amara tristezza.

E' proprio vero che nella vita certe cose non si possono comprendere se non quando ti toccano da vicino, fino ad arrivare nel profondo dell'animo.
Grazie al cielo i miei amici e le persone a me più care stanno bene:ho provato a mettermi in contatto con loro per tutto il giorno, spedito email e messaggi ma solo in serata ho ricevuto notizie confortanti: stiamo tutti bene, fortuna che non ci siamo mossi da casa questa mattina.

 

Tiro un sospiro di sollievo, mentre mi chiedo in che mondo viviamo.

 

Niente di nuovo sotto il cielo, baby.

 

Qualche sera fa conversavo in discoteca con un caro amico.
La musica era particolarmente bassa, direi quasi una sorta di radiolina lontana accesa giusto per fare da sottofondo. Ovviamente era musica scadente, commerciale sgasato con infelici velleità latineggianti che non ascolterei per nulla al mondo. Ma tant'è, questo é ciò che ci passa il convento ed i locali finocchi napoletani vanno assunti come una sorta di dogma inconfutabile: o prendere, o lasciare.

Possibilità di alternative: zero.
Possibilità di sopravvivere alla serata  senza assumere alcolici: inesistenti.
Possibilità di incamminarsi tra la folla senza ricevere spintoni e senza chiedersi cosa mai possa avere in comune con la maggior parte degli astanti, fatta eccezione per la finocchiaggine: elevatissima.

 

Il tono basso della serata e della musica, unito al basso profilo del locale e dei convenuti ha dato origine ad un chiacchiericcio piacevole dalle sfumature oserei dire anche filosofiche.

E' nato tutto da uno spunto banale, come la famosa mela di Newton.
Avevo semplicemente osservato che il basso volume della musica e la sua scarsa qualità aveva fatto sì che la maggior parte dei finocchi rinunciasse alla pista da ballo, troppo onerosa visto le alte temperature di questi tempi, e si dedicasse o al libero passeggio - visto che eravamo in un locale all'aperto e piuttosto grande - o alla conversazione amena in prossimità del bar.


"Con un volume cosi' basso si puo' sentire quello che si dicono tutti" osserva il mio amico.
"Ma cosa vuoi che si dicano. Noi gay non abbiamo nulla da dirci."
E' la mia laconica conclusione.

 

Credevo di aver detto un'ovvietà e invece forse mi sbagliavo. Perché il mio amico mi é sembrato particolarmente impressionato dal mio commento. E cosi' nei giorni seguenti mi sono più volte chiesto di cosa mai parlino i gay quando ciancicano cose con la loro boccuccia tra un drink e l'altro o si concedono un attimo di stand-by dal troieggio impenitente. Quali considerazioni animeranno mai il dialogo di quei scontati twinks dalle chiappette strette e la barbetta incolta? Quali diatribe genereranno mai scontri infuocati di parole tra i trentenni che svuotano bicchieri multicolori ad alto tasso alcolico e giovani studentelli di provincia che vivono in comuni lercie e puzzolenti? In che modo cercheranno di darsi un tono gli alternativoidi e gli intellettualoidi da quattro soldi? Di cosa parleranno mai le shampiste nelle loro confessioni più intime con le loro amichette del cuore?

 

Non siamo massoni che cospirano in segreto la loro missione sovversiva per conquistare il potere. Non siamo una lobby tesa alla lotta per i diritti - Napoli é una città sonnacchiosa, l'Arci é una cantina sociale dove si ritrovano quattro gatti - non siamo una massa di accaniti clubber col culto del dee-jay perché ci accontentiamo di serate campagnole organizzate dalla Pierre del momento - cockatail senza ghiaccio, liquori comprati al discount, nemmeno un briciolo di selezione all'ingresso.


Non c'é un progetto, un'idea, anche un semplice spunto per cambiare qualcosa.

 

Parlo di Napoli perché é la mia città ma mi chiedo in quante altre città medie o grandi che siano, si riproponga lo stesso desolante scenario. Secondo me molte. Perché il problema non é avere a disposizione più locali dove poter andare a rimorchiare o scopare selvaggiamente - sono arcisicuro che anche se sparissero tutto d'un botto tutti i cruising bar e le saune e i bar per orsi e i locali per leather e via dicendo, l'attività sessuale dei finocchi sarebbe pur sempre stabile e florida come al solito.

 

Il problema é un altro.

E' che non ci sono più posti per dialogare. La conversazione e l'incontro é ormai superflua perché siamo noi per primi a ritenerla tale. Oggi esistono le vetrine, esistono i parterre per le sfilate, lo struscio, le vasche in centro a cercare di rimorchiare senza troppe menate, c'é l'esibizionismo, la libertà di espressione (benvengano,eccome). 

 

Ma poi, in fondo, noi gay, cosa abbiamo più da dirci?

 

E su questo interrogativo che hanno alzato imrpvvisamente il volume. Il dj spara a palla una versione riciclata della mitica Queen of Chinatown di Amanda Lear.

Ipnotizzato, mi reco in pista con il mio amico a ballarla neanche avessimo ricevuto un diktat al quale obbedire senza possibilità di scelta.Le finocchie si riversano a frotte sotto le luci colorate mollando i loro bicchieri e facendo ridicoli zompetti con i loro precari infradito.
La conversazione col mio amico é finita lì. Ci siamo sorrisi, un po' rassegnati.
Poi per tutto il tempo siamo rimasti in silenzio.

 

Anche noi non avevamo più nulla da dirci.

 

 

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