June 12, 2005
I made my choice.
Ogni volta che mi soffermo a guardare agli ultimi due mesi appena trascorsi ho come l’impressione di aver combattuto una lotta all’ultimo sangue con la dea Kalì. Ho percorso tutto un arcobaleno di stati d’animo, dalla depressione acuta al disfattismo, dal rancore alle ossessioni angosciose, dalle manie di persecuzione al senso di inadeguatezza e frustrazione. Ogni gradazione di colore di questo complesso arcobaleno è una piccola stella che ho appuntato sulla mia giacca da vecchio gendarme un po’ malandato ma sempre in piedi. Ed ora mi ritrovo plurimediagliato dal mio ego espanso. E felice.
Già, la felicità è tutto un complicato gioco di scelte e possibilità. Mi sono guardato allo specchio ed ho visto un ragazzo di ventisei anni con ancora tante belle speranze. Mi sono scompigliato i capelli nuovamente corti e sbarazzini ed i miei ciuffi sempre ribelli, ho guardato dentro i miei occhi ibridi, seguito con un dito i primi segni delle zampe di gallina.
Ed ho scelto. Tra l’annegare ed il riemergere ho preferito fare un grande salto, perché voglio essere uno di quelli che fanno sci nautico nella vita. Tra le lacrime inutili ed i sorrisi ho deciso di tornare a ridere di gusto. Tra l’annichilimento ed il rancore ho preferito riscoprire una nuova sensibilità: più sofisticata, più attenta, più profonda. Dal dolore e dalle delusioni puo’ nascere anche una sorprendente maturità. Tra il mettermi sotto accusa e ripudiare la mia esistenza, ho scelto di amarmi così come sono.
Tra la paura della solitudine e l'affannarmi a scongiurarla, ho preferito imparare a contare su me stesso e scoprire il fascino di nuove amicizie inaspettate e sincere. Tra il senso di vuoto e l’ossessione di dovermi riempire la vita a tutti i costi, ho preferito nutrirmi di me stesso e della realtà che mi circonda: un grosso respiro a pieni polmoni ed il gioco è fatto. Tra l’essere sospeso e l’attendere invano, ho preferito correre a perdifiato e andare via, lontano, che più lontano non si puo’. Tra il guardare il mondo inerte e il sentirmi addosso un’espressione infelice che non mi puo’ appartenere, ho scelto i piccoli segni delle mie zampe di gallina.
Io ho fatto la mia scelta, cara la mia dea Kali’. Ho scelto di vivere la mia vita. Ora tocca a te la prossima mossa, ma sta attenta a te.
Blind date a tre.
Ci sono dei piccoli incidenti di percorso che possono capitare nella vita di un single di ritorno come me. Di ritorno nel senso che ondeggio costantemente tra l’accoppiarmi in maniera misera e fallimentare senza mai perdere il senso e la forma mentis di chi ha vissuto da solo per ventisei anni ininterrotti.
C’è un episodio accadutomi tanto tempo fa che mi illuminato in materia. Ero con il mio ex. Sarà stata forse la prima o seconda settimana che uscivamo insieme, non ricordo. Eravamo in un noto locale del centro e aspettavamo che si liberasse un tavolo per prendere qualcosa da bere. Il mio ex osserva un tizio dall’aria sfigata seduto da solo con la sua birra mezza vuota e comincia a lamentarsi del fatto che una sola persona tenesse occupato un tavolo inutilmente “tanto è solo”.
Colpito dalla sua sensibilità da palazzinaro abusivo, gli rimprovero il suo scarso senso di rispetto verso la condizione del single. Ricordo ancora le mie parole: “Non offendere mai i single. E’ il mondo dal quale vengo e al quale forse un giorno faro’ ritorno.”
Mai parole furono così profetiche. Ecco perché mi definisco un single di ritorno. Felice di esserlo, ora più che mai, nella mia ritrovata dignità, nel mio nuovo modo di guardare le cose, ora che il mio sguardo si è fatto più intenso e maturo, ora che sono nate in me nuove, entusiasmanti consapevolezze.
E dunque, quale incidente di percorso puo’ mai capitare ad uno che ha appena conclamato con letizia la propria condizione di single?
Un’amica che vuole a tutti i costi presentarti un tipo troppo carino e simpatico.
Premetto che ho sempre aborrito qualsiasi forma di ruffianaggio amicale. Farsi combinare un appuntamento da un’amica vuol dire ammettere di essere alla frutta. Un abboccamento su procura (per giunta al buio pesto senza nemmeno un ritratto in miniatura del soggetto come si usava nel secolo di Jane Austen) va sempre rifiutato. Anche se la tua amica ti dice che è per il tuo bene. O che è ora che ti trovi un nuovo amore, neanche l’essere accoppiati fosse una necessità fisiologica impellente soggetta a scadenza ineluttabile. Anche quando ti dice che non è vero che al mondo esistono solo mentecatti con una personalità dissociata ma che ci sono anche tanti ragazzi carini e intelligenti che cercano proprio me. Beh, si dessero una mossa loro, perché io non voglio cercare un bel nulla e voglio solo godermi la vita tra gli aperitivi del Mercoledì, i weekend al mare, le notti danzerecce con i miei amici.
Avrei dovuto risponderle così lo so. Ma chissà perché i buoni propositi mi muoiono sempre sulle labbra senza trovare alcuna forma di espressione compiuta. E cosi’ ho accettato di incontrare lo sventurato malcapitato. Ad una condizione, però. Che la mia amica fosse presente ed assistesse all’ameno randez vouz, cosìche potessi insultarla in seduta stante se le cose si fossero messe male.
Ma anche questo sano proposito mi è morto sulle labbra perché sì, ho convinto la mia tapina amica a presenziare all’evento ma non ho saputo insultarla come avrei dovuto. Un ominide a metà tra un primate e uno scimpanzé, palestrato a botta di ormoni da laboratorio che lo hanno reso palesemente affetto da gigantismo, col cervello in frantumi e con una capoccia direttamente attaccata al busto, senza alcuna presenza nemmeno allo stato latente di un qualcosa che somigliasse ad un collo.
Che la sventurata riveda d’urgenza i suoi parametri in fatto di bellezza e simpatia.
Inutile dirvi che l’incontro a tre è andato malissimo, ho fatto finta di conversare tutto il tempo con la mia amica di faccende a dir poco secondarie, mentre l’ominide non è stato degnato nemmeno di uno sguardo e per giunta ha anche osato protestare contro le mie sacrosante sigarette, nonostante fossimo in un bar all’aperto.
Al termine dell’incontro la debosciata mi fa una specie di occhietto, come a dire “Beh, hai visto che bel bocconcino che ti ho portato?” Gli ho fatto mestamente notare che non era il mio tipo e che era tutt’altro che carino e simpatico. Battuta finale: “Ma hai visto che bei polpacci che ha?”
Allargo la visuale dalla cintola in giù.
Non sono riuscito ad andare oltre l’immonda apparizione di un paio di lerci bermuda turchesi stile turista tedesco in visita a Marrakech.
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