LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE
E' circa una settimana che spulcio giornali e riviste in cerca di articoli che dichiarino la verità sulla Notte Bianca napoletana di sabato scorso. Ma niente: è tutto un pullulare di elogi smodati sul fascino delle stelle, della notte incantata, dei mega concerti in cui tutti hanno cantato felici e contenti, dei cittadini soddisfatti e sorridenti. Qualcuno ha osato scrivere persino che "finalmente la notte è stata restituita ai napoletani" come se le ore buie fossero davvero di dominio esclusivo di femminielli e puttanoni, come vuole il luogo comune.
Ma per carità. Io ci sono stato alla Notte Bianca, eccome. E vi posso garantire che è ne ho viste di tutti i colori.
Una premessa è d'obbligo. Io odio le manifestazioni di piazza. E' un odio viscerale, mi spuntano pustole puzzolenti al solo pensiero di dovermi immergere nel cuore di una folla scalmanata e senza senno. Ergo mi tengo ben lungi dai vari Capodanno in piazza, concerti evento, street festival con punkabbestia che gironzolano con le loro catene e i loro cagnoni pieni di zecche.
Non affrettatevi a concludere che sono snob e che me la tiro neanche fossi la Regina di Saba. Più banalmente, ci sono delle cose nella vita per le quali ho lo spirito e l'energia di un diciottenne, ed altre per cui, invece, ho la grinta di un ottantenne afflitto dai problemi di gotta. Datemi la folla accalorata che si dimena inebriata on the dancefloor, ed io sarò felice. Ma non costringetemi a girovagare senza meta circondato da centinaia di passanti infoiati, che mi sento male.
Qualcosa mi dice che Gustave Le Bon, celebre sociologo d'inizio secolo, avesse fatto un giretto a Napoli prima di scrivere il suo Psicologia delle Folle. Nella sua definizione di folla anonima - un'anima collettiva che annulla le personalità coscienti e s'impone come forza distruttiva ed elemento di disordine - è raccolto tutto lo spirito della moltitudine partenopea.
Sia chiaro, io adoro la mia città. Il problema è forse insito nella zucca bacata della gente che la popola.
Offrite qualcosa di gratuito ad un napoletano, e state pur certi che questi sarà disposto persino a vendere suo figlio pur di scavalcare gli altri e ottenere l'ambita ricompensa.
Date ad una famiglia napoletana la possibilità di gironzolare fino a notte fonda, e vedrete che l'intera stirpe dei vari Esposito e Russo e Gargiulo si riverseranno nelle strade col loro carico di bambini smerdolanti, carrozzini, vecchi mezzi invalidi, donnoni aggressivi e indomabili come valchirie.
Rivelate ad una manciata di tredicenni che in piazza del Plebiscito c'è Gigi D'Alessio e in un batter d'occhio ve le ritroverete armate di fascia multicolore e cuoricino fluorescente pronte a starnazzare Giggivitamia.
Il problema di questa città, tuttavia, non è solo nella folla indomita, per carità. Ma anche nell'amministrazione che dovrebbe governarla. Notte Bianca, tutti in giro a piedi o coi mezzi pubblici, era il motto della serata. Ebbene, le stazioni della metro sono state prese d'assalto da centinaia di giovani infoiati. Code interminabili di tardo-adolescenti, ottantenni, donne con la ricrescita, femmine navigate con la matita mattone spessa tre centimetri intorno al rossetto avorio. Treni in ritardo, omini ammassati come su una corriera cinese. Chi spinge, chi urla, chi sbraita. Taxi che si dileguano nel terrore di essere rapiti dalla folla incacchiata neanche fossimo ai tempi della presa della Bastiglia. Le sagome più improponibili si sono riversate in piazza: donne prossime al parto; vecchi ipertesi e deboli di cuore; storpi, zoppi, scarrozzati dai loro ingombranti treruote. Se aveste chiesto a costoro perchè si sono riversati in piazza ed alle due di notte fossero ancora in circolazione vi avrebbero risposto con il tipico pressappochismo partenopeo: pè ffà piglià nu poco d'aria 'e piccerilli. Ma cavolo di un boia, non potevate fare un salto sul monte Matese?
Cosa ho visto in strada. Premesso che il cospicuo programma degli eventi è rimasto ignorato sulla mia scrivania per un'intera settimana, ero praticamente impreparato su tutta la linea. Una specie di soldato che va in guerra senza nemmeno sapere quali sono i fronti su cui si combatte. Mea culpa, non c'è che dire. Non posso che riconoscere di aver pesantemente sottovalutato il fenomeno. Pensavo che la Notte Bianca sarebbe stato più o meno come un sabato pomeriggio prolungato, con la gente che chiacchiera amenamente in strada o si sofferma a prendere un drink a qualche baretto e incontra altra gente che chiacchiera e che va poi a prendere un drink con altra gente e così via, fino a quando tutti diventano ciuchi e felici. Che stupido sonostato a sottovalutare così superficialmente il fenomeno.
C'era la coda persino per prendere una birra sgasata e calda da un improvvisato bibbitaro ambulante.
Costretto ad una lucidità imposta dalla folla crudele che ammassava i bar ed i pochi locali aperti, sono stato completamente trascinato alla deriva, in balia degli umori della piazza irragionevole. Ogni tre secondi qualcuno del mio gruppo si perdeva, con corrispondente giro di telefonate con appelli disperati alla compattezza, neanche fossimo deputati dell'Unione. Una legge ineluttabile del destino ha voluto che camminassimo sempre e costantemente controcorrente. Via Roma, Piazza del Gesù, Piazza Municipio, Riviera di Chiaia: eravamo gli unici che si muovevano sempre in controtendenza per raggiungere luoghi in cui gli spettacoli erano già terminati oppure saltati per problemi tecnici o di sicurezza. Con tutti gli svantaggi del caso: un tripudio di spintoni, sgambetti, disorientamento, oltre alla costante sensazione di essere fuori luogo rispetto al resto col mondo.
Sono solo riuscito a beccare un concertino di musici di strada strafatti di crack e con le unghie nere ed evidentemente assediati dalle piattole e mi sono lasciato inebetire dalla performance a Santa Maria La Nova di un gruppo di ballerini d'avanguardia, quelli che dicono di essere artisti anche se mimano pose isteriche e senza senso sotto le note inquietanti di campanelli, allarmi, improvvise scale di pianoforte e tuoni e saette. Una danzatrice scalza avvolta in una specie di lenzuolo lercio ha prima cominciato a dimenarsi neanche avesse assistito per tre giorni e tre notti all'intero ciclo di Telecamere di Anna La Rosa. Poi si è sciolta i capelli e ha preso ad agitarli colta da un'incontenibile allegria come se le avessero appena detto che un gruppo di lesbiche armate ha preso in ostaggio il Cardinal Ruini. Infine si è messa a fissare il pubblico estatica come se stesse assistendo ad uno streap integrale di Robbie Williams. Mi hanno dovuto portare via a forza perchè avrei voluto prenderla a sassate come una sposa ripudiata e mangiare la sua carne fetida per il solo gusto macabro di procurarle un supplizio incommensurabilmente doloroso. Spettacoli di strada, tsé.
Alle cinque, esausti, si decide di rientrare. In metro. Peccato che almeno diecimila persone abbiano avuto la stessa idea. Piazza Dante sembrava un campo profughi. Non è possibile. Decido di reagire al triste destino di una coda interminabile e chiedo lumi alle forze dell'ordine perchè diamine, sono un cittadino onesto che paga le tasse e provo fiducia nella polizia.
Con l'aria rilassata di chi sa di essere pulito perchè ha già esaurito tutte le scorte di droga per trastullarsi, mi avvicino ad una volante con due ominidi in divisa. "Chiedo scusa - gli faccio compito - mi saprebbe indicare dove prendere un taxi?" Il poliziotto mi guarda spazientito neanche gli avessi detto di smuovere il culo flaccido dalla sua squallida Alfa. "Giovanotto, dove vuole trovarli i taxi a quest'ora? Si sono già ritirati tutti." Mi osserva come se avesse detto un'ovvietà sconcertante che solo uno stolto non può comprendere.
Affranto dalla prospettiva di dover rimanere in coda con mille altri loschi figuri stile coda del razionamento nell'ex Unione Sovietica mi ritiro bofonchiando tra me e me cose tipo "cacchio di una notte bianca" "ma che inciviltà" e via dicendo.
La vera risposta l'ho tenuta dentro di me, sommesso. Ma c'è stato qualcuno che ha dato voce al mio dissenso, grazie al cielo. Il viso appiccicato alla porta del vagone della metro, un donnone dalle proporzioni simili ad una Matiz esclama estenuata: "Je vuless vedè a chella bucchina ra' Jervolino mò addò stà..."
La traduzione per gli utenti oltrepadani non può esistere perchè non può essere resa in termini equivalenti. Ma vi assicuro che mi ha fatto ritornare d'un botto l'amore viscerale per il mio popolo.
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