Obiezione di coscienza di una blogstar
Forse dovrei smettere di scrivere questo diario.
Forse dovrei ricominciare da zero e rivedere il mio concetto di scrittura. Perché scrivo? Perché da quasi due anni, ormai, racconto tratti della mia vita che vengono lette da centinaia e centinaia di persone che non hanno nemmeno la benché minima idea di chi io sia? Che cosa vuol dire per me scrivere?
Confesso che non è la prima volta che questi pensieri affiorano nella mia mente bacata e ruminante. Deve essere una sorta di inquieta titubanza che prima o poi coglie ogni blogger che si rispetti. O, volendo, una forma di obiezione di coscienza che sorge ogni qualvolta si creano discrepanze o contrasti tra il vivere virtuale ed il vivere reale.
Ho cominciato a scrivere perché avevo bisogno di un filtro che attutisse i colpi della vita e che mi aiutasse a sentirmi più forte quando avrei dovuto incassarne altri. Molte delle pagine che ho scritto nascondono tra le righe, perfettamente simulate tra lambiccati giochi di parole e artificiosi manierismi virtuosi, momenti di delusione, di pena, di sfogo e di rabbia. Alcune persone si sono sentite ferite, altre sono rimaste turbate da un presunto sdoppiamento di personalità. Pochi hanno capito, molti hanno frainteso.
Sembra facile scrivere un blog; in realtà non lo è, soprattutto per quanti, come me, sono guidati da un’esigenza più profonda rispetto alla mera ostentazione di sé. Sono poche le persone che mi leggono che hanno potuto conoscermi al di là delle pagine rosa del web. Quasi unanime è stato il commento: sei diverso tra ciò che appari, hai ben poco, nella realtà, del Joshua che scrive col suo cipiglio un pò altezzoso, un po’ snob. Per molti sono stato anche una rivelazione piacevole, forse perché si aspettavano di trovare nel mondo reale una sorta di losco figuro estroso con velleità da sciantosa. Per altri forse sono stato una delusione, perché credevano che il personaggio e la persona combaciassero in maniera armoniosa.
Forse una volta esisteva una perfetta corrispondenza tra Joshua e Gerardo. Il tempo, però, ha ampliato sempre più le differenze e da due metà perfettamente combacianti sono passato a due mondi più o meno coincidenti, fino poi ad arrivare a questi giorni di cambiamenti radicali in cui avverto forte in me l’esigenza di svoltare. Credo che, oggi come oggi, la mia vita non possa più essere raccontata attraverso gli occhi di Joshua: sono venuti meno i parametri, i valori, la stessa visione dell’esistenza.
La narrazione necessita di categorie interpretative, di schemi, modelli su cui tessere la trama delle proprie storie: ed ora è come se il filo che reggeva tutte le mie storie si fosse sciolto: la tela si è dissolta, il filo, però, continua a volteggiare nell’etere in cerca di nuovi e più veritieri intrecci. Ostinarsi a voler interpretare il mondo al quale sento di appartenere adesso secondo i canoni esibizionistici e vanamente autocompiacenti di un Joshua vecchia maniera sarebbe uno sterile esercizio di scrittura, con risultati anche patetici.
Con ciò non intendo chiudere questo sito o smettere definitivamente di scrivere. Anzi, voglio che questo sito racchiuda e registri ancora per una volta il mio cambiamento e la mia crescita. Certo, mi è ancora ignoto il modo in cui assecondero’ questa piccola grande evoluzione. Forse tenderò a parlare meno della mia vita privata. Forse mi deciderò a lasciare la narrazione incentrata esclusivamente su me stesso e proverò a scrivere di altri mondi e altre realtà completamente fittizie. Forse mi concentrerò su nuovi presupposti narrativi, lavorerò sulla base di un’ispirazione non dettata esclusivamente dalla rabbia o dalla frustrazione.
Una volta una persona mi disse che avevo un gran talento nello scrivere. E aggiunse che era una gran bella fortuna, perché se non avessi avuto la scrittura probabilmente sarei divenuto un serial killer o una mente diabolica degna di un eroe malvagio di un film di fantascienza. Ero troppo giovane per comprendere il significato di quelle parole: mi affrettai a considerarle un originale complimento ed uno sprone a continuare su quella strada.
Solo ora sono giunto a comprendere il valore reale di quel messaggio.
La letteratura come catarsi è solo un pretesto. Può funzionare, certo, ed anzi su di me ha sortito un effetto più che terapeutico in tutti questi anni, ma è solo un piccolo, irrilevante passo di un cammino molto più complesso. Anche perché non si puo’ vivere in costante conflitto con se stessi e talvolta riesce anche ad andare oltre i propri dissidi interiori, vuoi per gli anni che ti portano a crescere e a maturare, vuoi per un banale colpo di culo del destino, vuoi perché a volte si è guidati, anche inconsapevolmente, da un disegno di vita molto più complesso e ardito di quanto si possa pensare.
Non voglio diventare una finocchia mentecatta che spara mingate acide sui suoi ex. Non voglio crogiolarmi nel lamento e nella sterile frustrazione. Non voglio passare il mio tempo a tirar fuori rabbia e rancore dai miei ricordi, anche quelli più felici. Potrò mai essere un vero scrittore se il motore dei miei racconti è la delusione ed il disincanto?
Forse sì, forse no. Ma sento che ormai è giunto il tempo dei cambiamenti, di nuove prospettive, di nuova ispirazione.
Obiezione di coscienza, già. Paradossale gioco di parole per uno che non ha fatto il servizio militare e che ha avuto il culo di evitarsi persino la noia del servizio civile.
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