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QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA
E chi l'avrebbe mai detto. Io, che non ho mai mosso un dito per cambiare il mondo, forse perchè troppo preso dal cambiare me stesso. Io, che non ho mai creduto nelle rivoluzioni, impantanato come sono nelle mie contorte evoluzioni da trapezzista circense. Io, che non ho mai partecipato ad una manifestazione di piazza, una rivolta, un movimento sociale, incapace di identificarmi in una causa che non fosse la mia personale battaglia per l'affermazione del Sè.
Da un mese circa ho preso parte ad una sorta di non bene identificato collettivo finocchio che si pone l'ambizione di sognare una città diversa, una società diversa, un mondo in cui l'omosessualità possa trovare una nuova voce e in cui i finocchi possano espolorare inediti linguaggi e canali di comunicazione con il mondo esterno.
La proposta mi giunse da un mio caro amico, che mi invitò a prender parte alla prima di queste riunioni senza prospettarmi a cosa sarei andato incontro, nè con chi avrei dovuto confrontarmi e condividere il mio tempo. Accettai d'istinto, incuriosito, mettendo da parte, una volta tanto, la mia spocchia artefatta. Ma ad un patto: che non si parlasse di PACS e riconoscimento delle unioni civili, delle famiglie di fatto, e di adozione. Non me ne vogliano quelli che ci credono, e che scendono in piazza con le bandiere multicolori per protestare contro il Vaticano e i vari cardinali Ruini & Company. Come ho già più volte detto, nei PACS io non ci credo, non mi interessano, non sono una causa per la quale mi batterei perchè sono troppo preso dal mio cronico pessimismo sulle relazioni omosessuali per poter difendere e rivendicare a spada tratta i diritti delle coppie dello stesso sesso.
E al tempo stesso, non me ne frega granchè nemmeno delle coppie di fatto etero. Perchè trovo sia solo una gran bufala ipocrita l'idea che la causa omosessuale possa trovare una soluzione alle ataviche discriminazioni ed alle condanne papali e di un certo strato arretrato della società con la mera affermazione dei diritti per le coppie di convivere e aspirare ad un appartamento lercio di una palazzina popolare o assistersi in caso di malattia e balle varie. Non è certo coi PACS che si risolvono i problemi della comunità finocchia,oggigiorno. Sfatiamo il mito secondo cui tutto ciò di cui abbiamo bisogno è poter firmare un registro che non siamo zitelle e che conviviamo amenamente col nostro boyfriend.
I froci di oggi, soprattutto nella mia città, ma non solo, hanno bisogno di altro: luoghi in cui confrontarsi, assistenza, circoli culturali, informazione, in una società più civile e più tollerante. Poi, magari, si parla di PACS.
E soprattutto, l'interrogativo su cui ci si dovrebbe soffermare è una domanda solo apparentemente banale: cosa vuol dire essere finocchi, oggigiorno?
Esprimere se stessi significa avere un concetto chiaro dell'idea che si ha di sè. Che la si chiami visione, coscienza, consapevolezza, poco importa: l'identità è la misura del nostro modo di essere ed è il principio base intorno a cui ruota qualsiasi manifestazione dell'Io. Filosofia spicciola a parte, porsi il problema della propria identità vuol dire interrogare se stessi e cavare fuori da quel crogiuolo di esperienze, sentimenti, paure, speranze, insomma, dal proprio vissuto, ciò che maggiormente ci individua e ci rappresenta.
Forse a qualcuno sembrerà paranoico insistere su simili questioni esistenziali, ritenendo più opportuno e più proficuo parlare di metodologia, strategie, piani di attacco. Tuttavia - e non sono io a dirlo, ma i tanti fighettoni esperti di marketing che si riempiono la bocca con termini anglosassoni dalle altisonanti assonanze - non si può andare da nessuna parte senza una visione collettiva, un'identità condivisa, un progetto comune che sia in grado di dire innanzitutto chi siamo e in cosa crediamo.
Che esistano mille modi diversi di vedersi, sentirsi, dichiararsi gay, questo è ovvio. Nessuno come il sottoscritto se n'è accorto negli ultimi tempi, e vi spiego subito il perchè.
Da quando ho aperto il mio sito e ho poi cominciato a lavorare con le mie rubriche su gay.tv, ricevo con una certa puntualità email e messaggi da parte di gente che non si ritrova assolutamente in quello che scrivo (e qui il problema non è solo nel come ma anche nel cosa scrivo) e che me ne dice un pò di tutti i colori. Le accuse sono piuttosto variegate: si va dall'insulto tipo "ricchione di merda esibizionista" al generico "ma chi ti credi di essere" al polemico "spari solo minchiate". In genere, l'aspetto sul quale molti mi attaccano è il solito luogo comune: la tinta pastello, i boa di struzzo, e i vari dovresti andare a Buona Domenica con Platinette, fino ad arrivare al tanto odiato la vita non è tutta rosa e party e mondanità, neanche fossi il personaggio di un romanzo di Liala.
Il punto è proprio questo: io mi sono permesso il lusso di giocare coi luoghi comuni che infestano il nostro mondo, perchè non temo di essere confuso con essi. Questo perchè ho una visione, diciamo, estensiva, dell'essere gay. Io sono quello che si spara due Long Island di fila e si scatena come una scema in pista peggio delle tanto vituperate femminelle sbattute e al tempo stesso sono quello che cerca di confrontarsi con gli altri in maniera inedita per cercare di costruire qualcosa di positivo che cambi la condizione in cui ci ritroviamo più o meno tutti oggigiorno. Posso parlare di gossip come di Proust senza per questo perdere la misura di quello che sono e valgo.
Ora, al di là del proclama autoreferenziale, del quale non me ne può fregare un benemerito, la mia visione di omosessualità è quella di un minestrone: più ingredienti ci sono, meglio è: dal trash al pop, dalle lamette della Rettore alla prima pagina del Manifesto, dalle chiappe che sculettano alla marcia militare, da D&G alle pezze di Resina, dal cinema Eden al Teatro San Carlo, dal nazional-popolare al più sofisticato snobismo, senza soluzione di continuità. Senza categorie, senza etichette, senza vittimistiche sindromi da eterna persecuzione, senza l'ipocrito pudore di quelli che dicono: "io non c'entro niente con quelle là". Anche a costo di far storcere il naso agli stessi confratelli. Anche a costo di suscitare clamore, o di non essere tanto politicamente corretti.
E ancora. Nelle ultime settimane ho realizzato la mia più grande scommessa. Ho finito il mio primo, vero, romanzo e credimi, non ho affatto l'intenzione di tenerlo chiuso in un cassetto, per quanto la strada verso un contratto editoriale è tutt'altro che in discesa. A dire la verità, sono ancora in fase di rielaborazione e correzione, un pò come Virgilio che affina l'opera di limatura della sua Eneide. Più rileggevo le mie pagine - scrivere un romanzo non è proprio come scrivere una tesi di laurea, è assolutamente proibitivo fare il copia&incolla, quindi è inequivocabilmente tutta farina del mio sacco - e più mi sentivo turbato dal quadro generale che emerge della realtà e della condizione omosessuale.
Non pensavo di avere una visione così cupa e cinica del mondo in cui vivo e del quale faccio parte, non solo per una questione di attitudini sessuali.
Al di là del sarcasmo facile e della ricerca costante della situazione comica (sono fatto così, è più forte di me!), ne emerge un disperato mix di tradimenti, ipocrisie, lotte intestine di protagonismo esasperato, razzismo, classismo, bugie, insicurezze, incapacità di vivere e comprendere i propri sentimenti. Una specie di Stato di Natura hobbesiano o, parlando con decenza, una chiavica. Può darsi che come scrittore non valga tre soldi e nessuno si deciderà a pubblicare il mio romanzo, chi può dirlo. Ciò che più mi preme capire, però, è perchè sono arrivato a parlare dei gay così male e in maniera così disperata. Rabbia? Pessimismo? Esasperazione? O forse la sensazione per cui la mia visione della realtà omosessuale è radicalmente diversa rispetto a quella della maggioranza?
Il punto è sempre lo stesso. Se ho deciso di confrontarmi con un gruppo variegato di finocchi che avrebbero potuto benissimo impiegare il proprio prezioso tempo a pettinare le Barbie piuttosto che ritrovarsi nella stessa stanza col sottoscritto, non posso non mettere in gioco anche la mia visione, il mio modo di essere, il mio pensiero sbarazzino, a tratti profondo, a tratti superficiale come una boa che arranca a galla isolata nel mare aperto.
Staremo a vedere se riuscirò a trarre qualcosa di positivo o se mi sbatteranno fuori a calci.
Era proprio questo che pensavo, l'altro giorno, mentre camminavo controcorrente attraversando svampito un corteo di disoccupati. Loro protestavano e urlavano a gran voce per rivendicare il diritto ad un lavoro ed ad una dignità. Io che guardavo le vetrine dei negozi e che mi facevo prendere dal raptus dello shopping. Paradossale, è vero: ma mai come in quel momento ero convinto di essere dannatamente impegnato nel sociale.
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