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VACANZA D'IDENTITA' parte prima

L’estate, che gran baldracca. E’ l’unica stagione dell’anno che ti lascia con un carico di illusioni perdute, ti lusinga travolgendoti in una dimensione parallela facendoti assaporare la possibilità di un’altra vita, di un altro mondo, di un’altra realtà. Poco importa se si rimane in città o se ci si avventura verso destinazioni ignote: l’estate è il momento in cui la specie umana realizza, anche solo per un breve lasso di tempo, la più allettante delle illusioni: l’andar via da se stessi, l’allontanarsi dalla propria esistenza, il congedarsi, per un po’, dalla routine di tutti i giorni per spingersi verso tutto cio’ che è altro.


Perché non c’è vacanza migliore di quella da se stessi.


In tutto questo lungo periodo di silenzio mi sono spinto ben oltre e così il concetto di vacanza è diventato ambivalente: non solo come allontanamento ma soprattutto come vera e propria assenza di identità. Per poi ritrovarmi – beffa del destino – più me stesso che mai.

 

Sono un viaggiatore senza biglietto e documenti.
Un eroe pirandelliano che gioca con la realtà e l’invenzione: chi può mai dire se ciò che sto per raccontare è vero o falso?

 

Dodici chili in meno ed una rinvigorita autostima mi sembravano premesse più che sufficienti per vivere alla grande l’estate, affrontare con maggiore disinvoltura la prova costume, affidare al mio cuore l’ebbrezza di un qualche amoruncolo estivo fugace e leggero che lenisse per un po’ le ferite del passato.

Mai come quest’anno mi sono concesso una prematura e smodata abbronzatura sin dai principi di Giugno.
Certo, parlare di abbronzatura nel mio caso è sempre un po’ azzardato: sarebbe più corretto dire arrossamento, una sorta di frittura mista alla melanina. Di bronzo mi è rimasta la faccia, ma sempre e solo in senso metaforico. Ore ed ore sotto il solleone coi nervi tesi e l’ansia da prestazione per ritrovarmi a sera con la faccia abbozzata neanche un’orda di ragazzetti di strada mi avesse preso a pallonate e inspiegabili, misteriche zone d’ombra affatto lambite dai raggi solari: come i fianchi, ottusamente rimasti pallidi, ed il collo.

 

Sono un biscotto Ringo, metà bianco, metà nero.
Una donna brutta e volgare che non sa truccarsi e va in giro mostrando un perfetto ovale color sabbia scuro numero 18 (effetto Mami di Via col Vento) in contrasto col collo biancastro e rugoso
inopportunamente trascurato dal maquillage.

 

A parte l’insufficienza di melanina, ci sono stati giorni e notti in cui mi sono sentito un gran figo: il mio look ha perso buona parte degli eccessi di gioventù per rinnovarsi in nome di una sobria e sana essenzialità, neanche avessi frequentato un corso intensivo di mascolinizzazione: barba incolta, cimelio di una (presunta) virilità; camicie dai colori semplici, capello impertinente, certo, ma con evidenti sfumature da fighetto.

 

A buttarmi giù e a lasciarmi crogiolare tra mille dubbi e perplesse considerazioni filosofiche sono stati gli eventi. Tutta colpa di Mr. Wafer.
Perché Mr. Wafer, voi direte. Perché la sua pelle liscia e morbida e senza nemmeno l’ombra di una smagliatura (causa intensa attività ginnica) e di pelo (causa, ahimé, ceretta) ha lo stesso, delizioso, profumo di un Loacher. E non si tratta di una romantica metafora olfattiva, ma di un dato di fatto: oggigiorno i laboratori tecnologicamente avanzati sono in grado di riprodurre qualsiasi aroma o sapore sotto forma di bagno schiuma, crema per il corpo o cacchionesò. Prima o poi avremo una pomata per le emorroidi al sapor di ciliegia o un intruglio contro il prurito vaginale al maraschino, me lo sento.

 

Non sono ancora riuscito a spiegarmi per quale ragione Mr. Wafer guardasse proprio me quella sera. Un metro e novanta di muscoli scolpiti, braccia possenti e chiappe di zinco e acciaio rifinite con saldatura a mano: cosce che sembrano tronchi di quercia e addominali squadrati come una tabella di Sudoku. Strano, forse inconcepibile a dirsi, ma non solo mi guardava, ma mi sorrideva anche.
Forse dietro di me c’è una rissa di lesbiche inferocite che se le danno di santa ragione. O sono appena cominciati i saldi di fine serata e hanno appena indetto una svendita di ventenni acefale dalle chiappe strette.

Mi si avvicina, e continua a sorridermi. Faccio quasi per scostarmi e lasciarlo passare, cosi’ da consentirgli di raggiungere il tronco di figo suo simile che evidentemente è alle mie spalle, quando mi dice ciao.
Un palestrato che mi rivolge la parola. E’ come se papa Ratzinger prendesse a braccetto una nigeriana che fa la vita a Piazza Garibaldi.

 

Sono Rosalinda, cellulitica aspirante Miss Italia che viene da Caltagirone

e che è stata appena scelta per le finali a Salsomaggiore.
Una polacca sfigata coi capelli crespi e l’aria imbronciata

che scopre di essere al centro delle attenzioni del suo vecchio

ma ancora arzillo Signore.

 

Dov’è mai finita la legge biblica secondo cui i muscolosi se la fanno solo coi muscolosi? Oh tempora, oh mores, mi verrebbe da dire. Perché non c’è niente di più rassicurante delle discriminazioni estetiche. Un orpo brufoloso e col naso come la strega Nocciola non oserebbe mai avvicinarsi a me, ed io non oserei mai approcciare un palestrato strafigo: la scala delle priorità dell’estetica è rispettata e nessuno si strugge in estenuanti considerazioni sul senso del bello. I casini vengono fuori quando il cerchio si spezza e qualcuno non rispetta questa atavica e incontrovertibile norma consuetudinaria.


Mr. Wafer invece ha scelto proprio me e ha voluto entrare nella mia vita col suo carico pesante di muscoli scolpiti.

Avere a che fare con un palestrato è davvero una ginnastica complicata, un videogioco ardito in cui bisogna superare una serie infinita di livelli di crescente difficoltà. Primo: bisogna accettare che il suddetto muscoloso ha proprio scelto voi: poco importa se sarà per tutta la vita o se solo per una notte. Rimane l’ineffabile senso di meraviglia che vi spinge a chiedervi ripetutamente: perché proprio io?

Secondo: bisogna entrare in confidenza con un corporeità inedita ed inesplorata. Sia chiaro, non è che in passato io abbia frequentato sacchi di patate, anzi, ma uno che non ha nemmeno un etto di grasso ben distribuito e che è figo ovunque lo metti, proprio non mi era mai capitato. Ho dovuto lottare col mio insano istinto di prenderlo a pizzichi per verificare che non fosse di gomma e resistere alla tentazione di pigiargli dietro la schiena per vedere se alza a scatto il braccio come un Big Jim.

 

Sono la pallina di PacMan dopo che ha fatto indigestione di perle
e ciliegine bonus.
Una patata messicana farcita di burro di arachiti che si atteggia spavalda

contro un mesto e rinsecchito gambo di sedano.

 

So bene di non essere un cesso ambulante, che son tanto grazioso e caruccio: ma tutto puo’ dirsi di me tranne che abbia dei muscoli perfettamente scolpiti. Sono dimagrito, certo, ma ho ancora la pancetta, e non esiste dieta ferrea e regime di digiuno che possa eliminarla; le alterne vicende delle mie fisarmoniche forme mi hanno procurato una ammirevole collezione di smagliature. E poi ho pur sempre i fianchi ubertosi di una lavandaia d’altri tempi. Cosa posso mai avere in comune con un trentenne gagliardo e vigoroso, io che sono debosciato e inetto e che conosco solo lo sforzo di portare le borse dello shopping?

 

Una qualsiasi cretina al mio posto non si sarebbe posto il problema, limitandosi a godersi i suoi quindici minuti di gloria al fianco di un bellimbusto. Il sottoscritto si è fatto invece rapire da imbarazzanti elucubrazioni, forse perché ancora  incapace di recuperare un sano rapporto col genere maschile gaio dopo mesi di amaro disincanto.

Per tutto il tempo del (breve) corteggiamento di Mr. Wafer mi sono lambiccato il cervello con estenuanti considerazioni e amletiche perplessità: forse ha perso una scommessa coi suoi amici palestrati ed ora deve pagare il pegno di far finta di rimorchiare un qualsivoglia sfigato con le smagliature.
Forse è una specie di missionario intenzionato a convertirmi al culto pagano di Ercole. Forse vuole semplicemente espiare una sua vecchia colpa rinunciando per sempre alla felice corrispondenza di amorosi muscoli.

 

Tempo un aperitivo, una cena fugace a base di carboidrati ed un giro a bordo della sua decappottabile e Mr Wafer decide di propormi di raggiungerlo a Capri. La sventurata rispose, mi verrebbe da dire, ignara di votarsi ad un imbarazzante corso di eventi.

 

(continua)

 

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