* Joshua Neumar *
Joshua Neumar Home Biography Diary Work Photos E-mail Joshua Neumar Joshua Neumar
* Diary
*

guestbook

* *

VACANZA D'IDENTITA' parte seconda

Sapevo che se avessi accettato l'invito di Mr. Wafer mi sarei messo nei guai e che se avessi rifiutato me ne sarei pentito. Delle due l'una: o avrei dovuto affrontare face to face l'imbarazzo del mio carico pesante di tabu e complessi di inferiorità oppure avrei passato il resto delle vacanze a pentirmi e a fantasticare su irrealizzati accoppiamenti e strusciate libidinose sui suoi muscoli di acciaio.
Sapevo che in ogni caso mi sarei cacciato in un brutto affare e che qualunque fosse la soluzione scelta, sarebbe stata sempre quella sbagliata. Ma è la storia della mia vita, e non posso farci più nulla, ormai.

 

E forse è anche uno dei segreti della mia cromosomica indolenza. Ogni volta che mi trovo ad un bivio scelgo sempre nella consapevolezza di sbagliare, certo che il fallo (inteso come errore, ma anche come cazzinculo, volendo) si annida un pò ovunque, come il calcare su una vecchia vasca da bagno di un motel a ore. Non esiste nulla di più drammaticamente rassicurante, credetemi.
Immaginatevi di trovarvi in un fantomatico quiz televisivo e che il conduttore vi voglia tentare ponendovi di fronte alla scelta tra due buste, la A o la B. Quale atteggiamento rende più sereni, quello del concorrente che si strugge nella dicotomia ossessionato dal pensiero di voler vincere il montepremi a tutti i costi oppure il concorrente pacioso e rassegnato che opta indolente per la busta A piuttosto che la B consapevole che non riuscirà mai a rispondere al domandone finale?

 

Sono un santone indiano che fa yoga e medita assorto

ascoltando la voce dei suoi rutti cavernosi.

Il concorrente sfigato di una becera Ruota della Fortuna

in cui su ogni spicchio c'è scritto RITENTA.

 

Mi sono lasciato così trascinare dagli eventi ed ho scollato le mie chiappe alla volta dell'isola del sogno fantasticando incantevoli serate mondane, gite in barca nella Grotta Azzurra, scopate selvagge sulla sabbia bianca (qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi che non sono Brooke Shields in Laguna Blu), cene romantiche a lume di candela e passeggiate avvolto in completi di fresco lino con i famigerati zoccoli capresi. Una serie di eventi ora non spiegabili mi ha costretto a rimandare di un giorno la partenza, e così ho lasciato che Mr. Wafer si avviasse a Capri da solo, promettendo solennemente che lo avrei raggiunto col primo traghetto.

 

Una pletora di preghiere e rituali scaramantici hanno accompagnato il mio viaggio.
Ho pregato Nostro Signore Iddio che Mr. Wafer non si presentasse al porto in tenuta da spiaggia, magari con qualche magliettina smanicata aderente o uno di quei slippini da bagno cui possono osare solo i superpalestrati.
Ho scongiurato Santi e Santoni che i suoi amici, che tanto ansiosamente voleva presentarmi, non fossero muscolosi ma che avessero non dico le smagliature ma almeno un etto di grasso. Ho fatto training autogeno perchè riuscissi a sentirmi, una volta al suo fianco, qualcosa in più di una bertuccia con un gran culo, senza dimenticare di avere qualcosa in meno rispetto ad uno strafigo che ha passato l'adolescenza a tirarsi a lucido i muscoli.

 

Ho fatto mente locale sui comportamenti assolutamente proibiti da assumere:
- mai fare spallucce, perchè mi ingobbisco e mi si aumenta la panza;
- fumare poco e masticare trenta volte ogni boccone, perchè si sa che questi palestrati sono dei fanatici dell'alimentazione sana e del salutismo ad oltranza;
- esercitarmi nell'arte di trattenere il respiro ed evitare di sentirmi una verginella indifesa durante un osceno rito del Priorato di Sion;
- tenermi saggiamente lontano da qualsiasi tipo di confronto da spiaggia, per cui: prendere il sole a pancia in giù se in giro ci sono dei ventenni anoressici; fare finta di leggere in maniera assorta se mi trovo nelle vicinanze di un bellimbusto con gli addominali scolpiti; cambiare direzione se nel corso di una passeggiata sul bagnasciuga vedo profilarsi all'orizzonte un paio di pettorali sodi o di chiappe toste.
E più di ogni altra cosa:
- evitare categoricamente di tirar fuori la linguaccia stile Fantozzi allupato ogni volta che Mr. Wafer mi propina le grazie del suo corpo da Bronzo di Riace;
- non perdermi in estenuanti e futili questioni sull'importanza del fascino intellettuale rispetto a quello fisico, tanto prima o poi arriva il furbo di turno che mi incastra con la storia del mens sana in corpore sano. E poi, diciamolo francamente, è da ipocriti andare asserendo cose di tal fatta: un palestrato fa sempre la sua porca figura e non venitemi a dire che è il cervello quello che conta quando vi soffermate a guardare in una sorta di estatico rapimento un corpo sodo e muscoloso.

 

Eccomi qui, di nuovo in viaggio.

Ennesima disavventura o scoperta inaspettata?

E quello che mi chiedo, concitato mentre il traghetto mangia le onde.

Sono una compita damina ottocentesca che percorre le rive del Gange

a bordo di un battello bianco silenzioso e lento.

La passeggera eccitata di una crociera per scambisti

che occhieggia gli astanti nascosta da un paio di occhiali da sole che coprono le rughe.

 

Il traghetto attracca nel porticciolo e, trascinato da orde di tedeschi e famiglie grondanti bambini chiassosi, sessantenni con pantaloncini ascellari e scarpe da ginnastica che rendono il passo stentato e incerto, puttanoni truccati in cerca di facili avventure. Tempo quaranta secondi e mi accorgo che nessuna delle mie preghiere è stata accolta dai cieli e che sono tutte rimaste sospese a metà strada in qualche strato recondito dell'atmosfera.

 

Scorgo Mr.Wafer da lontano, consumato dall'attesa e dal sole di Agosto.
Indossa una canotta Londsdale giallo limone di almeno tre taglie più piccola. I pettorali sembrano esplodergli dall'ampia scollatura (praticamente un decoltè) mentre le sottili fettucce della canotta sembrano capitolare imbelli sotto il peso mastodontico dei suoi braccioni. Come se non bastasse, un mini hot paints che esalta il suo pacco famiglia ma che lo rende praticamente mezzo ignudo. Pochi centimetri quadri di superficie corporea ricoperta, il resto è tutta una sagra di bicipiti tricipiti pettorali glutei cosce polpacci e quant'altro il buon Dio o gli steroidi anabolizzanti gli abbiano reso massiccio e gonfio.

 

Avverto un sottile malore interiore mentre mi abbraccia entusiasta. Cerco di ricambiare il suo affetto ma ho paura di rimbalzare contro il suo muro di gomma o di scivolare via come una saponetta avvolto dall' olio solare che gli lucida tutta la carrozzeria.

Deglutisco, ringraziandolo per il suo caldo benvenuto in quel di Capri.

 

(continua)

 

Back to previous page

 

 

* *
*