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* * Home > Work > ADDIO ISOLA! (23/11/05)

ADDIO ISOLA!

(da gay.tv REALITY SCIO' del 23/11/04)

 

Signori, il reality più viscerale ed epico ha chiuso i battenti incoronando come vincitore il più solitario dei suoi concorrenti, Sergio Muniz, aria spaesata e barba incolta d'ordinanza come si conviene ad un vero vincitore di quel grande carrozzone che risponde al nome dell'Isola dei Famosi. Secondo Kabir Bedi, che solo nelle ultime settimane aveva abbandonato lo stato catatonico e si è riuscito a connettere al clima inviperito dell'isola, terzo Totò Schillaci,

il concorrente più insignificante e sgrammaticato (nonchè sfaccendato), giusto per dimostrare che la magia dei realitty fa sì che anche se ci si comporta come un'ameba lobotomizzata la gloria e gli onori sono lì, a un tiro di schioppo, elargita dal pubblico sovrano sempre più affamato di nuove emozioni e di casi pietosi da portare alla ribalta (nella fattispecie il caso pietoso è rappresentato non tanto dall'ex campione quanto dalla sua disaffezionata fidanzata. Già me la vedo a duettare assieme a Loredana Lecciso).

 
Scheda tecnica della serata: unidici milioni e passa di telespettatori, una SuperSimo in forma smagliante, fasciata in un abitino prestatole probabilmente da Kylie Minogue, dimagrita fin quasi a sembrare un giunco nerboruto (è il caso di dire che il divorzio ti fa bella); un mix di sorprese e riconciliazioni degne dei tempi d'oro di Carramba, ringraziamenti, lustrini, filmati nostalgici che ci ricordano i bei giorni dell'isola, quando ci si litigava, ci si prendeva a capelli, ci si strozzava per un pugno di riso e si combatteva a suon di nomination e di complotti: le donne a ingiuriarsi incazzate come le Erinni, gli uomini taciturni e solidali, solidali nel loro gioco maschio.


E poi insulti, schiaffi, le immancabili accuse di falsità e le altrettante prevedibili dichiarazioni di autenticità (tutte autoreferenziali, ovviamente), le macabre prove di ricompensa in cui ci si costringeva alle più estenuanti performance per un piatto di maccheroni. E' tutto questo sadico mix esplosivo, a metà strada tra il precostituito, il prevedibile, il viscerale a rendere l'Isola il reality più epico del palinsesto televisivo, l'unico, forse, grande reality che ci è rimasto visto il deludente ed annacquato Grande Fratello 5.

 

Vincitori (morali) e vinti. Oltre al bel tenebroso Sergio Muniz, che intascherà 100 milioni di euro senza nemmeno essersi fatto torcere un capello o aver dovuto sopportare ad oltranza la voce petulante di Patrizia Pellegrino e delle altre oche starnazzanti, il vero pepe di questa seconda edizione del reality è la mitica Antonella Elia: perchè racchiude in sé tutta la lucida follia di questi tempi moderni, è disarmante nella sua aggressiva fragilità al punto da stimolare interminabili tavole rotonde sugli arditi percorsi della sua psiche, era chic ed alternativa al tempo stesso mentre abbracciava (quasi voluttuosamente) gli alberi e faceva yoga, piangeva per un granchio catturato (nonostante i morsi della fame) ma era pronta a sgozzare le rivali senza alcuna pietà.


I grandi perdenti: dj-figlio-dei-Pooh-Francesco, che ci ha massacrato i maroni col suo bella di padella, illuso forse di ripetere l'esperienza epica del Pappalardo della prima edizione e invece fatto fuori, a sorpresa, dal televoto; e la bella-e-basta-Aida Yespica, della quale probabilmente perderemo per sempre le tracce dopo un paio di calendari e qualche ospitata in qualche salotto televisivo.
Perchè il pubblico ormai lo sa, non è più sufficiente allearsi all'uomo forte e fare la propria strategia mistificatrice (ossia mostrare le chiappe intervallate dal filo interdentale) per vincere un reality: il caso di Sergio Muniz, l'uomo che sussurrava ai pesci e contemplava il creato picchiettando la sua chitarra (in maniera abominevole) è più che evidente.

 

A pensarci bene, e in questo credo risieda il segreto del successo che Super Simo ha saputo ben fiutare, l'Isola siamo noi telespettatori, è la realtà che si fa reality, o viceversa, il reality che diviene realtà. Siamo noi, con i nostri tanti vizi e le poche virtù, le nostre manie di persecuzione, la nostra ipocrita maniera di convivere quotidianamente, il nostro essere patetici: è la celebrazione di un gusto per l'orrido e il trash che per anni abbiamo conservato in noi latente e che ora non disdegnamo più di portare a galla.

 

Un'ultima nota di fondo, una promessa che imploro genuflesso a chi di dovere. L'anno venturo toglieteci Don Mazzi, ve lo chiedo per pietà. Risparmiateci i suoi sermoni, la sua finta aria da predicatore, i suoi commenti bacchettoni e quel suo motteggiare a difensore dei buoni costumi laddove non è affatto necessario. Lasciate pure che il mondo dei reality cresca superbo e laico e gongoli nella sua brodaglia trash e posticcia. Altrimenti speditelo davvero su un'isola deserta a predicare il Vangelo ai selvaggi cannibali.
Ma senza telecamere, please.

 

 

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