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* * Home > Work > IL CAPOLAVORO DI MADONNA (7/11/05)

IL CAPOLAVORO DI MADONNA

Joshua Neumar ha ascoltato per GAY.tv in anteprima `Confessions on a Dancefloor` che esce tra qualche giorno in tutto il mondo. Ecco le sensazioni per ognuna delle 12 tracce.

(da gay.tv MUSICA del 7/11/05)

 


Era il 1982, l’onda neo-conservatrice reaganiana aveva appena travolto gli Stati Uniti, il muro di Berlino era ancora in piedi, il comunismo doveva ancora capitolare, e lei era lì, già pronta a conquistare il mondo con un carico strabordante di ambizione, talento, provocazione. Ventitrè anni dopo, Madonna Louise Veronica Ciccone è ancora sulla cresta dell’onda dopo aver vissuto una decina di vite e interpretato una moltitudine di stili, identità, caratteri. Ed ora sta per tornare per farci scaldare le chiappe con la sua ultima opera, un brusco ed autocelebrativo ritorno alle sue radici più autentiche, la musica dance.


Madonna è l’emblema del postmodernismo. Persino i suoi fan più accaniti restano attoniti di fronte ai suoi improvvisi travestimenti: sposa non più vergine dalla ribelle criniera, prototipo del più genuino girl power, provocatrice impenitente che si mette a mescolare Gesù e sadomaso,  stigmate e preghiere recitate in ginocchio come fossero pompini, rivoluzionaria eroina del sesso, madre illuminata che ritrova una sorprendente spiritualità in una religione che diviene trend irresistibile, cowgirl pacchiana rimpinzata di brilli e glamour, Che Guevara che denuncia i mali di un’America materialista e cieca.

 

Con Confessions on a Dancefloor, che a partire dall’11 Novembre invaderà il posticcio mercato discografico mondiale saturato da gangstarap e sgallettate senza identità, Her Madgesty ci regala la sua ultima trasformazione. Un ritorno alle radici della musica dance, a metà strada tra Giorgio Moroder, Diana Ross, gli Abba e lo Studio 54. Qualcuno dirà: già visto, gli anni 80 sono ormai tornati in gran voga, i 70, figuriamoci, possiamo anche tornare ad odiarli perché ormai già ci hanno detto tutto. E invece no. Perché Confessions non è un semplice amarcord. E’ qui che subentra una delle doti più spiccate della Regina del Pop: il fiuto per tutto ciò che può essere all’avanguardia.

 

La maggior parte delle tracce dell’album, infatti, sono prodotte da quel giovinastro che risponde al nome di Stuart Price, uno dei dj più in voga e più talentuosi delle club-scene mondiali. Ed è proprio dal genio di costui che viene fuori un mix irresistibile di citazione futurista che mescola i Jackson Five ed i Goldfrapp, il vocoder e gli archi di violino, i sample danzerecci di Gimme Gimme Gimme, I Feel Love e Can you feel it? Qualcun altro storcerà il naso: troppo facile tornare alle frivole luci delle mirrorball, dopo il mal riuscito esperimento di affermarsi come cantautrice impegnata e democratica attivista. Ma queste ed altre sono le contraddizioni della più nota cabalista del mondo. Confessions è quanto di meglio un fan accanito possa mai chiedere in questo momento alla Regina del Pop: tornare a splendere sul suo trono, senza vie di mezzo.

 

Un improvviso colpo di culo mi ha permesso di ascoltare il cd prima che entrasse negli store (un grazie alla Warner e a GAY.tv!). Mi appresto, dunque, ad abbozzare una recensione delle dodici tracce che compongono l’album. E partiamo proprio dalla caratteristica peculiare di Confessions: è vero, come avrete certamente letto, che è mixato come un continuum, un’ora circa di musica senza soluzione di continuità. In alcuni casi, il passaggio da una traccia all’altra è brusco e repentino (da Hung Up a Get Together, ad esempio) in altri casi (da Forbidden Love a Jump) Stuart Price è riuscito a creare una sublime fusione di suoni che quasi sembra di trovarvi ad un party de Le Matinè Group. Quasi vent’anni dopo You Can Dance, è un tratto autoreferenziale che solo una star del calibro di Madonna può permettersi.

 

Hung Up. Apre l’album, giusto per farvi capire a che livelli Madge ha deciso di giocare. Da ascoltare a tutto volume: più rischiate di mettere a repentaglio i vostri timpani e le vostre casse, più il pezzo ne guadagna. Spopola già in radio e nelle classifiche, questo curioso di mix di cover e citazione dell’intramontabile Gimme Gimme Gimme degli Abba, recentemente impreziosito da un video diretto da Johan Renck e da una performance agli EMA’s di Lisbona in cui Madonna dimena le sue chiappette in un top fucsia, si struscia coi ballerini, danza con movimenti a metà strada tra Flash Dance e Saturday Night Fever.
Gallina vecchia fa buon brodo? Beh, nel caso di Nostra Maestà la Regina è un raffinato consommè.

 

Get Together e Sorry. Sicuramente due delle tracce più potenti dell’album. E’ su queste note che entriamo in quella dimensione abilmente descritta dalla Warner Bros come Future Disco. Sorry sarà quasi certamente il prossimo singolo estratto e non è difficile immaginare il perché: è la prova che Madonna sa ancora produrre grandi pezzi pop, con un occhio al passato (il basso scuoti-chiappe rubacchiato a Can You Feel it? dei Jackson Five) e l’altro al noto remix di Hollywood realizzato qualche anno fa dallo stesso Stuart Price, reso celebre durante la famigerata performance del bacio con Britney e Christina. Il pezzo inizia con Madonna che chiede scusa in diverse lingue (tra cui un tenero “sono spiacente” giusto per rendere omaggio alle sue origini italiche) e il vocoder che fa il suo bravo lavoro ripetendo, distorte e sempre più incalzanti, le parole I’ve heard it all before. Rime baciate, testo aggressivo tipico da broken heart, beep e ultrasuoni: scalerà le classifiche, ne sono certo.

 

Future Lovers. Uno dei miei pezzi preferiti, a metà strada tra l’orgasmica I feel Love di Diana Ross, Kamasutra di Paola e Chiara (giuro!!) e Ray of Light. Prodotta da Mirwais, storico partner sin dai tempi di Music, è un inno all’amore universale. Madonna torna alle liriche sussurrate e parlate che hanno tanto fatto scuola, questa volta impreziosite dal verso In the evidence of its brilliance ripetuto fino a divenire estenuante. Sofisticata, visionaria, praticamente sublime.

 

I Love New York. Le sconsiglierei di cantarla dalle parti di Los Angeles o Parigi, che come recita il testo, sono due città for people who sleep. Mi ha un po’ deluso, suona quasi come un remix di serie B. Imparerò comunque ad amarla: perché ogni canzone di Madonna ha i suoi tempi, il suo periodo di amore e odio. Del resto, lei stessa ci avverte, autocensurandosi:  If you don’t like my attitude, then you can F-off.Let it Will Be, seconda traccia prodotta da Mirwais,  è la prova dell’infiacchimento creativo del produttore un tempo geniale e irresistibile. Suona un po’ come Can’t get out of my head. Kylie è saltata fuori dalla macchina per la TAC e se la sta spassando alla grande.

 

Forbidden Love. Stesso titolo di una traccia di seconda scelta dell’attempato Bedtime Stories. Ma di gran lunga una delle più intense di Confessions. Nell’economia dell’opera, dovrebbe rivestire il ruolo di ballata, per quanto questo rimanga pur sempre un album tutto dance. Suono sofisticato, vocoder à la Cher di Believe, anche nella selva oscura del dancefloor è possibile parlare d’amore. Se poi è proibito (are we supposed to be together? recita nel coro), ci piace ancor di più. Esigo che diventi un singolo.

 

Jump. Non mi convince granché. Era stato annunciato come una sorta di sequel di Keep it together per il solo fatto che è una celebrazione al senso di appartenenza familiare ma è uno dei pezzi più deboli dell’album.  How High è sicuramente meglio e innalza il livello globale di Confessions, con Madge che ritorna a cantare con la vocina un po’ bimba che non sfoderava dai tempi di Material Girl. Un unico neo: i testi. Sin dai tempi della lirica Drowned World-Substitute for Love, Madge si è data un gran da fare nel dirci che si è pentita di aver messo prima di tutto la fama e la fortuna all’amore ed alle cose importanti della vita. E ancora si chiede, in un tripudio di interrogativi retorici, se tutto ciò sia valso la pena: suvvia, cara, certo che sì, non fare la stupida.

 

Isaac. Era il pezzo più atteso, con tutta la querelle che ha scatenato per via di un presunto riferimento al rabbino Isaac, la comunità ebraica che si è incacchiata nera peggio di un’Erinni e le minacce di finire bruciata all’inferno. In realtà è stata l’ennesima trovata geniale di Madge e del suo entourage: far parlare di sé, comunque e dovunque. Non aspettatevi chissà cosa: c’è già passato (con gran meno fracasso) Sting con la sua Desert Rose. Immancabile il coro di mhmmm nel quale Madge si è specializzata si dai tempi di Secret e Frozen.

Push. La si può saltare a piè pari senza perdere nulla di eccezionale. Oppure, in alternativa, si può ascoltare Outrageous di Britney Spears e riconoscere che, una volta tanto, qualcuno ha osato arrivare prima di sua Maestà la Regina.

 

Like it Or Not. Un assoluto capolavoro, il pezzo che vale un intero album. Nell’arco della sua carriera, Madge ci ha viziati con deliziose chiose per ogni suo lavoro discografico, da Secret Garden a Mer Girl fino ad arrivare ad Easy Ride. Questa Like it or Not continua degnamente la tradizione: introdotta solennemente con un arco di violini a metà strada tra Frozen e Die Another Day, irrompe inaspettata con una dichiarazione di intenti: You can call me a sinner/But you can’t call me a saint/Celebrate me for who I am/Dislike me for what I ain’t. Okkei, ricorda un po’ i Goldfrapp ma è questa la Madonna che volevamo sentire e che abbiamo atteso per l’intero album.

 

Cos’altro aggiungere? Madge è come la Coca-Cola. Un’icona intramontabile, un pezzo della nostra storia, un monumento che non s’impolvera mai. In una recente intervista per la rivista Attitude, le è stato chiesto cosa mai ci troveranno in lei i suoi fan che da anni la seguono indefessi idolatrandola come una dea. “Forse vedono se stessi” è stata la sua lapidaria, lapalissiana risposta. Incredibilmente vero. Insomma, Nostra Signora del Pop è tornata, più in forma che mai. Con un album dalla carica innovativa e dai suoni travolgenti pari solo al suo più recente capolavoro, Ray Of Light. Le varie Britney, Gwen, Pussycatt Dolls sono avvertite: la strada per occupare il suo trono è ancora irta. Si mettano dunque in fila, penitenti e compite, e si preparino ancora una volta a baciarle le chiappe.


 

 

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